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La Basilica di Prata P.U.

Un angolo di storia, dove la magia degli affreschi si intreccia con l’austera semplicità di un’antica architettura, cornice di una venerazione millenaria. Questa è in sintesi la Basilica dell’Annunziata di Prata. L’edificio costituisce un complesso religioso di notevole interesse storico ed archeologico, in quanto venne eretto nell’alto medioevo in un’area occupata dai resti di una necropoli pagana (estesa a tutta la valle), già trasformata in catacomba in epoca paleocristiana. Essa è quindi storicamente legata alle vicende più remote del Cristianesimo in Irpinia ed è il risultato di una stratificazione millenaria, frutto di una continuità devozionale ininterrotta dal II – III secolo d. C.  ai giorni nostri. La presenza stessa dell’edificio in un ambito rurale ha posto una serie di interrogativi in parte ancora irrisolti.

Breve storia: A partire dal V secolo, il declino dell’organizzazione romana e le invasioni delle popolazioni barbariche causarono lo sviluppo dei luoghi santuariali rurali come questo delle catacombe di Prata. In un contesto del genere la presenza di tombe particolarmente venerate favorì l’evoluzione del cimitero comunitario cristiano in un piccolo santuario completamente sotterraneo, ottenuto ampliando e adattando gli antichi ipogei pagani. Le medesime motivazioni diedero l’impulso per lo sviluppo di una costruzione basilicale semipogea in epoca longobarda, quando il governo del Ducato beneventano sostenne e favorì l’ampliamento dei loca sanctorum  come le cripte di Prata (VII sec.). Si deve quindi valutare il ruolo strategico svolto dal complesso dell’Annunziata durante la fase di evangelizzazione dei Longobardi, per la sua posizione lungo una delle più importanti tratte di pellegrinaggio dell’Alto Medioevo, quella diretta verso il santuario di S. Michele sul Gargano. In quest’area confluirono probabilmente i devoti dell’area salernitana e quelli provenienti dall’area campana in un itinerario che dalla tomba di S. Felice a Cimitile presso Nola, toccava l’ipogeo di Abellinum, con le sepolture di S. Sabino e S. Romolo, Prata, dove erano le venerate catacombe, e l’importante sede episcopale di Aeclanum, prima di terminare il tragitto al Santuario di S. Michele. L’importanza del percorso nell’alto medioevo condizionò tutta l’area interessata dal suo passaggio e non a caso sorsero qui, a brevissima distanza tra loro, le due basiliche di Prata e Pratola. La presenza ravvicinata degli edifici ha posto una serie di interrogativi, ma ha consentito di confermare le ipotesi sulla presenza in quest’area del vescovo di Abellinum, quando la città deperì lentamente fino a scomparire.

La basilica di Prata continuò nei secoli ad esercitare una certa influenza nella vita religiosa della valle del Sabato, solo in parte confermata dalle scarse notizie conservate nelle fonti documentarie medievali e meglio chiarita dalla ricca campagna decorativa a cui venne sottoposto l’edificio in età normanna (XII sec.). Nelle Rationes decimarum del 1328 l’edificio va identificato con quello intitolato a S. Maria de Maiore, mentre due secoli più tardi compare con l’appellativo S. Maria ad Capite (1554), a causa della sua posizione nell’estremo lembo settentrionale del territorio diocesano. Dalla seconda metà del ‘600 la chiesa venne compresa come badia alla Mensa Vescovile di Avellino (il titolo di Abate di Prata è riconosciuto ab antiquo al vescovo di Avellino).

Nel 1876, il ripetersi di avvenimenti miracolosi indusse Papa Pio IX ad aggregare la chiesa di Prata all’arcibasilica Lateranense di Roma con la concessione di privilegi ed indulgenze. Gli eventi favorirono il moltiplicarsi dei pellegrinaggi e segnalarono l’edificio all’attenzione generale, suscitando da quel momento la curiosità di studiosi italiani e stranieri. Il tutto fu motivo per l’ampliamento e l’abbellimento dell’edificio storico.

Il resto è storia di rimaneggiamenti culminati nei restauri del 1930 e del 1950, quando di contro ad una stratificazione ritenuta eccessiva si volle riportare l’edificio ai canoni medievali, mettendo in luce l’antica tessitura muraria. Se da un lato gli elementi più antichi sono stati evidenziati dal restauro, ricomponendone in qualche caso i frammenti, dall’altro la memoria della veste barocca e settecentesca è affidata soltanto  ai superstiti affreschi della navata.

La convivenza di stili e tempi distanti tra loro si coglie già nel prospetto esterno, dove la riproposizione recente di trifore, di un frontone dentellato e di un finto arco, coabita con gli antichi capitelli corinzi e due rocchi di colonne rudentate d’epoca romana (II – III sec.). Il valore dell’attuale edificio non è del resto nella sua veste monumentale, difficile a concepirsi in una realtà rurale come Prata, ma nella conservazione del ripristinato stile altomedievale, nonostante gli sconvolgimenti determinati dal gusto artistico dei dieci secoli successivi alla sua fondazione.

L’attuale basilica consta di una navata, prolungata nel ‘700 e poi ulteriormente ampliata da una cappella ottagona con l’altare dove è posto il gruppo ligneo dell’Annunciazione (XVIII sec.). Il prolungamento moderno si innesta nell’aula antica con volte a botte, singolarmente scandite da archi, in laterizio e tufo, che danno maggiore risalto all’area absidale d’ispirazione orientale. Le pareti laterali conservano affreschi variamente databili tra il XVI ed il XVIII secolo, che hanno arricchito il corredo figurativo della parte più antica: una Crocifissione e un S. Nicola del tardo ‘500 (opera di artista della cerchia di Pietro Negroni detto lo Zingarello; le raffigurazioni dei santi della tradizione popolare settecentesca, S. Rocco e S. Antonio, oltre a vari lacerti di un vasto ciclo pittorico più antico (alcune erano in stile pompeiano come segnalato da Schultze alla fine dell’800). Tutte le pitture (dopo il discutibile restauro degli anni ’30) sono ormai isolate nella tessitura muraria in tufo e laterizio, tipica dell’area longobardo-beneventana, con lembi superstiti della roccia tufacea che un tempo avvolgeva il luogo di culto. La presenza di cubicoli con avanzi di sepolture in entrambi le pareti laterali, rende chiaro che la struttura monumentalizzò una cripta cimiteriale pagana sotterranea.

Di notevole interesse è l’area dell’abside, completamente sotterranea, caratterizzata da un triplice arco d’accesso (triforium) e scandita da archetti su colonnine tortili in terracotta (IX sec., ma più volte integrate nei restauri). Il triforium, poggiante su colonne e capitelli d’età romana, entrambi elementi di spoglio, mette in risalto i dipinti (VIII – XII sec.) conservati nella pseudo absidiola centrale, dove era probabilmente un seggio circondato dal sedile in muratura (presbiterio). Al centro si sviluppano affreschi palinsesti su quattro strati: i lacerti più antichi riguardano due animali marini tardo antichi sul basamento, un velario, dei calzari e l’estremità di un trono, mentre tra le lacune emerge un bizantineggiante volto di Santo che testimonia l’elevato livello raggiunto dalla pittura parietale in area longobarda tra l’ VIII ed il IX secolo. Sul tutto domina la raffigurazione di una Orante tra due Santi, i quali non hanno caratteri iconografici tipici: il dipinto, di chiara derivazione bizantina, è riferibile alla pittura campana del XII secolo. Lo stesso frescante dipinse probabilmente il miracoloso Cristo Redentore tra angeli (diventava luminescente e fece gridare al miracolo tra il 1874 e il 1876; Pio IX concesse alla basilica le grazie annesse a quella Lateranense) sulla calotta absidale, andato purtroppo perduto per il distacco dell’intonaco nel 1910. L’ipotesi di un unico programma figurativo su due registri ricorda la composizione di un’Ascensione secondo uno schema iconografico ricorrente nelle chiese cimiteriali campane d’epoca medievale.

L’absidiola centrale chiude la teoria d’archetti che parte da un cippo marmoreo con iscrizione dedicatoria a Marte, ascrivibile all’anta di un altare d’età repubblicana (I sec. a. C.). La presenza di un rocchio di colonna e di un capitello d’epoca romana (ricollocati dopo il restauro) per sostenere la mensa d’altare, esplicita ulteriormente l’ostentata volontà di recupero degli elementi classici, per il desiderio dei costruttori di riproporre una sorta di continuità con il mondo imperiale. Ciò nonostante nel gioco dei pieni e dei vuoti dell’abside si evidenzia tutta la creatività delle maestranze locali in un connubio tra tradizione romana-paleocristiana, elementi armeni – bizantini e tecniche costruttive longobarde.

Possiamo dunque identificare in quest’area, l’ipogeo funerario dove si conservavano le sepolture più venerate e ciò sembra avallato dalla presenza di un deambulatorio, che, scavato nel tufo e retrostante l’abside, trova affinità in episodi similari atti alla venerazione delle reliquie esistenti nelle chiese santuariali d’epoca paleocristiana. Nel vano sono avanzi di sepolcri, loculi ed arcosoli, in tutto simili a quelli della vicina catacomba. La presenza delle tombe di questi ignoti santi martiri fu determinante per lo sviluppo architettonico del luogo in epoca longobarda.

Nel giardino interno prospetta la grotta dell’Annunziata. Questa costituisce il complesso funerario paleocristiano più importante della provincia e l’unica testimonianza di un’epoca sepolta nella notte dei tempi. Per l’alone di mistero che le circonda, le catacombe pratesi sono da secoli oggetto della curiosità di studiosi italiani e stranieri. Il cortile interno della basilica, scenograficamente posto sotto una rupe tufacea, conserva avanzi pertinenti ad edifici d’età romana (colonne, capitelli, pilastri cuspidati simili a quelli della tomba di San Felice a Cimitile), circondato da cavità e anfratti. Ai piedi della scala è presente una botola per l’accesso alla cripta della basilica, un tempo colma di sepolture, ma già sconvolta dal restauro del ’30, dove sono alcuni seditoi (cantarini), il cui uso sepolcrale è legato alla presenza dei frati nel ‘600.

Al livello superiore, prospetta, al centro di un’esedra, l’accesso alla Grotta dell’angelo, delimitato dalle pareti di un arco in tufo, dove compaiono affrescati, ai due lati, un S. Michele psicopompo e probabilmente il Cristo (XVII sec.). Su un lato la caduta di una porzione dell’intonaco ha messo in luce un volto nimbato della Vergine che ha forti affinità nei dati stilistici ed esecutivi con l’immagine dell’Orante nell’abside della basilica (ascrivibile al XII sec.). Pur ipotizzando che la dedicatio tarda sia dovuta alle forti commistioni tra il culto micaelico e gli antri, resta però incerto l’uso cui era destinata la piccola cavità, in quanto l’interno è costituito da semplice e nuda roccia tufacea (dove recentemente sono emersi elementi graffiti databili con certezza al 1507).

Nel fondo del giardino si apre il fornice della catacomba dell’Annunziata: il nucleo più antico del complesso funerario è strutturato come un piccolo santuario rupestre e si articola in due stanze sepolcrali, divise da un arco in laterizio d’epoca romana, con iscrizioni, arcosoli polisomi, loculi e sarcofagi d’epoca romana (fittili e in pietra, II- IV sec.). Costituisce un significativo esempio di reimpiego cultuale di un ambiente sepolcrale ricavato nell’antichità: l’ipogeo monofamiliare pagano divenne un cimitero comunitario cristiano ed infine un oratorio sotterraneo. La catacomba di Prata restò in uso per lunghi secoli e numerosi furono i lavori di adattamento e di abbellimento subiti dalla cripta storica. L’ininterrotta devozione per il cimitero portò quindi alla profanazione degli ambienti sepolcrali già in età antica a causa dell’intenso sfruttamento funerario. Ne è testimonianza il riuso di un’arca in terracotta d’epoca romana (I – II sec.), per la deposizione di un importante personaggio vissuto nel medioevo (IOAs DOMs, il Conte di Giovanni? – XI secolo) e quello del sarcofago in pietra di un membro della Gens Nonia (IV sec.) dove sono presenti elementi graffiti presso l’iscrizione dedicatoria.

Sulle due superfici laterali dell’arco d’accesso alla seconda cella catacombale è raffigurata la veneratissima Scena dell’Annunciazione: i dipinti, racchiusi in cornici d’epoca barocca su altarini, sono una buona composizione pittorica (devozionale e commissionata da un Santillo de Freda,1516) e legati alla solida tradizione iconografica dell’evento. La Vergine, rifatta più volte fino al XVII secolo, è purtroppo evanescente. La superficie esterna dell’arco presenta uno stemma episcopale in stucco e alcuni orbicoli dipinti in cattivo stato di conservazione su strati palinsesti (a partire dal XIII sec.). Completano il corredo figurativo della cripta le immagini affrescate, nell’intradosso dell’arco, di S. Pietro e S. Paolo, che pur presentando influssi bizantini, sono ascrivibili all’epoca medievale (probabilmente eseguiti contemporaneamente da un’unica mano, XIII – XIV secolo per lettere in carattere franco gallico). Sulla superficie dell’altare nella seconda cella catacombale lacerti di affreschi in deterioramento (un pallio crucisegnato e una mitra; un Santo Vescovo?), a causa della forte umidità del luogo.

Le cavità sepolcrali della basilica e delle catacombe, pur conservando un loro autonomo significato grazie ai pregevoli affreschi, non sono che le estremità visibili di un complesso molto articolato. Tutta l’area antistante l’Annunziata è occupata dalle fondamenta di due basiliche cimiteriali d’età longobarda (poi ricoperte dopo lo scavo del 1950),mentre i versanti delle colline presentano piccole cavità arcuate, riconducibili ad una probabile estensione di ipogei a destinazione cimiteriale. Una necropoli che, ignorata, si giova delle segnalazioni d’antichità dell’Accademia dei Lincei di Roma e dell’illustre archeologo tedesco V. Schultze (fine dell’800). Variamente riutilizzate fino a tempi recenti e scavate nel vivo del banco roccioso, le cavità sono da apprezzare per il loro aspetto geomorfologico, per la sopravvivenza degli elementi antichi (arcosoli) e del loro riutilizzo in un connubio di linguaggi antichi e moderni.

Alla basilica era legato anche un particolare e codificato rituale devozionale. Un fenomeno, quello delle scapillate, diffuso nell’area appenninica tra Abruzzo, Sublacense, Ciociaria, Molise e Campania (area di Montevergine).

Il rito si fondava sull’antico principio che la purezza delle giovani ragazze e l’azione penitenziale potessero offrire le premesse per l’accoglimento delle richieste devozionali. Così, quando una persona era gravemente malata, i familiari chiamavano un gruppo di ragazze del luogo, già deputate per tale servizio, affinché andassero a chiedere la grazia per l’infermo presso il santuario dell’Annunziata. Queste  giovani, solitamente vestite di bianco, portavano i capelli lunghi, sciolti e cinti da un nastro, da qui il nome di Scapillate (le donne portavano all’epoca la classica acconciatura a tuppo). Il rituale prevedeva un percorso con partenza dalla camera dell’ammalato per giungere fino alla basilica ed era solitamente fatto a piedi scalzi anche d’inverno e con qualsiasi condizione metereologica. Per verificare se la richiesta della grazia era stata esaudita si osservava la luce delle candele: se questa brillava e restava lungamente accesa era buon segno; se si spegneva per il malato era la fine. Nella cattiva sorte restavano accomunate anche le giovani devote, dal momento che a Prata si diceva che se il malato guariva anche loro stavano bene, ma se costui moriva tutti i capelli sarebbero caduti alle Scapillate.

Più noto è invece il commovente e tradizionale Volo degli Angeli, che si svolge da tempo immemore, la Domenica in albis di ogni anno, presso la basilica. Una manifestazione devozionale d’antica origine e diffusa in diverse aree del Mezzogiorno ancora alla fine dell’800. Il volo vede come protagoniste due fanciulle, le quali sono preparate per l’occasione al ruolo da interpretare e vengono abbigliate per l’esigenza scenografica della suggestiva rappresentazione sacra. L’evento, che si tiene solitamente anche la sera del sabato precedente e si ripete la domenica dopo la messa, coinvolge diverse migliaia di persone con intensa partecipazione emotiva (suggestiva la processione e la devozione festosa dei rioni pratesi).

Malgrado la tradizione le conferisca una discreta antichità, non si hanno documenti certi circa le sue origini anche se tali rappresentazioni furono ricordate da Giorgio Vasari come opera del Brunelleschi a Firenze per l’Annunciazione del 1439 (putti vestiti da angeli che meravigliarono il pubblico). A Prata le due fanciulle, analogamente abbigliate, vengono issate in cielo e assicurate ad un cavo per mezzo di un’imbracatura di cuoio. La domenica, dopo il tradizionale canto, in un silenzio irreale interrotto dall’assolo della tromba della banda, gli angeli volano verso il simulacro dell’Annunziata, grazie ad una robusta corda manovrata da uomini esperti, recando a nome di tutta la comunità dei fedeli il giglio dell’Annunciazione. È il momento della festa che culmina in un acclamazione liberatoria per tensione e stanchezza. Nel rito devozionale mito, storia, sacro e profano si incontrano in una tradizione ancestrale fatta di misticismo e religiosità.

Fiorentino Pietro Giovino 
Storico e Scrittore

Fonte

 

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