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Gesualdo - inIrpinia
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Gesualdo, legata al nome di un barone longobardo, si trova quasi sullo spartiacque tra il Fredane e l’Ufita, a circa 676 metri di altezza in una splendida posizione ambientalistica e naturalistica.
Il territorio presenta un paesaggio dalle caratteristiche tipiche della Verde Irpinia, infatti è caratterizzato da torrenti a valle, da boschi e pascoli.

Già Giustiniano la definiva “capace di produrre tutto ciò che è necessario alla vita”

Del primo insediamento, che risalirebbe al neolitico finale, sono stati rinvenuti resti in località Capo di Gaudio, ora esposti al museo provinciale. In località Fiumane sono stati invece ritrovati resti di strutture di un insediamento e una necropoli con tombe a fosso risalenti al III millennio a.C.. Nelle contrade di San Barbato, Paolino e Volpito sono state scoperte i resti di necropoli e ville romane.

Le origini del borgo così come è giunto fino ai nostri giorni, è invece da far risaltire al 650 d.C., quando Romualdo, Duca di Benevento, donò la rocca e i possedimenti di Gesualdo agli eredi di un suo cavaliere, chiamato Gesualdo, che lo difese fino alla morte. Ci sono tuttavia delle controversie, ancora aperte, che non confermerebbero questa ipotesi e che farebbero invece delle altre. Per 400 anni, gli eredi di Gesualdo mantennero il possesso dei territori donati, dipendevano dal Duca d Benevento e gli furono sempre fedeli.

Negli annali storici, la prima citazione della “rocca di Gesualdo” è del 1137 e la fa Pietro Diacono, quindi nell’epoca normanna che Gesualdo cominciò ad avere uno sviluppo dell’aggregato urbano intorno alla suddetta rocca che fu trasformata in castrum e poi con il passare dei secoli da struttura difensiva ad abitativa, fino a diventare un maestoso e possente castello che caratterizza il panorama. Guglielmo, figlio illegittimo di Ruggero Borsa fu il primo signore normanno di Gesualdo di cui abbiamo notizie con documento del 1141. Il XII secolo coincise con il periodo di massima espansione della Signoria di Gesualdo con il dominio esteso su 36 luoghi tra città e terre situati in tre province, la maggior parte in Principato Ultra, altre in Principato Citra e Basilicata.

Nella seconda metà del XV secolo, durante il Regno aragonese, Gesualdo e il suo castello furono spesso oggetto di azioni guerresche. Una prima volta, durante la Congiura dei baroni che spalleggiano gli Angioini per la riconquista del regno, la rocca di Gesualdo, di cui è signore il conte Giacomo Caracciolo, nell’ottobre del 1461, è assediata dall’esercito aragonese. Cannoneggiata e affamata dall’assedio, dopo la resa, per rappresaglia, gli abitanti di Gesualdo, che pur hanno aiutato il re aragonese furono sottoposti ad un mortale sacco dai saccomanni sforzeschi.

Nel censimento dell’anno 1500, Gesualdo contava 2058 abitanti. Nel 1561, all’ epoca di Luigi IV Gesualdo, ai titoli di Signore di Gesualdo e Conte di Conza, venne aggiunto anche quello di Principe di Venosa. L’ erede di Luigi fu Carlo Gesualdo,  XII Signore di Gesualdo, ultimo e più famoso del casato.

Carlo Gesualdo trasformò il castello in una raffinata dimora. Letterati e poeti furono frequentatori assidui del Castello di Gesualdo tra questi suo grande amico fu il poeta Torquato Tasso, che nel suo soggiorno a palazzo scrisse La Gerusalemme conquistata. Durante questo lungo periodo 1596-1613 (diciassette anni), più di un terzo della vita di Carlo, la cittadina di Gesualdo godette della magnificenza del principe che, per cercare la pace dell’anima e il perdono di Dio, fra tante altre opere, fece edificare tre chiese e due conventi: uno per i Domenicani e uno per i Cappuccini nel quale è custodita la pala del Perdono di Gesualdo, attribuita a Giovanni Balducci.

A Carlo Gesualdo succedette Niccolò I Ludovisi, che aveva sposato una nipote del principe.  Niccolò I Ludovisi continuò ed arricchì l’opera edificante di Carlo Gesualdo, come testimoniano le lapidi di pietra presso i conventi dei Domenicani e dei Cappuccini, gli antichi stemmi che si trovano sopra la porta secondaria della chiesa di San Nicola e sopra l’ingresso del convento dei Cappuccini e il dipinto sulla volta a crociera dell’ingresso del castello.  Per volere del Ludovisi, l’antico abitato di Gesualdo venne profondamente rinnovato sotto l’influenza dei dettami dell’architettura urbanistica rinascimentale, infatti i nuovi signori del luogo promossero lo sviluppo urbanistico intorno al castello con l’edificazione di numerosi palazzi per la corte e alloggi per la servitù creando l’area della cittadella ancora oggi così denominata, e favorirono la nascita del borgo fuori dalla rocca fortificata.

Il nuovo signore di Gesualdo si adoperò per il completamento delle opere intraprese da Carlo Gesualdo ed arricchì il patrimonio urbano di strade, fontane e piazze e numerose altre opere civili come la torre neviera, acquedotti e ampi portali d’ingresso all’abitato, in modo da rendere al luogo gli aspetti compiuti di una città. Alla sua fervente religiosità, si deve poi l’edificazione di numerosi luoghi di culto, che arricchì di numerose opere pittoriche. Grazie a questo considerevole slancio urbanistico e rilancio sociale, Gesualdo arrivò a contare ben 2538 abitanti, una cifra considerevole per quell’epoca.

A Nicolò successe, nel 1658, il figlio Giovanni Battista che, nel luglio del 1682, vendette il feudo per 12.000 ducati a Isabella della Marra, moglie di Girolamo Gesualdo, marchese di Santo Stefano.

Nel 1688 i Gesualdo ripresero la Signoria della Città con l’avvento di Domenico Gesualdo.

Nel 1753 il re Carlo III, con Diploma Reale attribuì a Gesualdo il titolo di Città.

Con l’Unità d’Italia, Gesualdo entrò a far parte della provincia di Avellino. Negli anni successivi all’unificazione nazionale, come molti paesi del circondario e della vicina Basilicata, divenne teatro di episodi legati al fenomeno del Brigantaggio. La miseria e povertà dei decenni post-unitari indusse ampie fette della popolazione ad una massiccia emigrazione, in particolare verso le Americhe (Argentina e Stati Uniti). Il flusso migratorio riprese in modo cospicuo dopo il secondo conflitto mondiale, in particolare verso il Venezuela (dove si contano numerose comunità gesualdine), verso l’Europa, soprattutto in Germania e Svizzera, e nell’Italia Settentrionale (nutrita la presenza di gesualdini inEmilia-Romagna).

Da non perdere

Il Castello

Il castello, che ha origini longobarde e che risale alla metà del VII, trova il suo periodo di massimo splendore grazie al Principe Carlo Gesualdo, che dopo il matrimonio con Eleonora d' Este, lo trasforma in dimora signorile di stile rinascimentale: cortile e loggia della torre meridionale, nuovi appartamenti e cucine attrezzate ad ospitare una Corte, stanze e gallerie con pitture manieriste, fiamminghe e il Salvatore del Caravaggio, la sala del Teatro, giardini e fontane che si perdono nel verde e nell’azzurro dell’orizzonte.
Danneggiato dal terremoto dell' 80, è attualmente proprietà del Comune di Gesualdo e della provincia di Avellino, che si stanno occupando della restaurazione.

Il Centro Storico

Il borgo ha in suo epicentro nel castello e dal castello scende a forma di pigna verso il basso. Per le sue peculiarità (strade pianeggianti su fronti scoscesi, i collegamenti tra le stesse, la predisposizione delle abitazioni, che godono tutte di un panorama mozzafiato, i terrazzamenti tutti rivolti verso Sud-Ovest) rappresenta un modello scientifico di alta architettura.

Chiesa Madre di San Nicola

E' il più antico luogo di culto di Gesualdo, dedicata al Vescovo di Mira San Nicola. Eretta probabilmente intorno al XII secolo a ridosso delle mura del castello, ne abbiamo notizie documentate che risalgono all' inizio del XVI secolo. Ha subito nei secoli ampliamenti e restauri ma presenta ancora una pianta a croce latina con una sola navata. La facciata è arricchita da un portale barocco in pietra da taglio, opera di Giuseppe Landi nel 1760. Oltre alla tele cinquecentesche e seicentesche, all'interno sono custoditi sette preziosi altari e una balaustra in marmi policromi, le magnifiche statue dei santi Nicola, Giuseppe e Andrea (XVIII - XIX sec.), la bellissima scultura lignea dipinta dell'Immacolata (XVIII secolo), un fonte battesimale in marmo e onice di Gesualdo (XVIII sec.) e numerose reliquie, tra cui il braccio di Sant'Andrea[31], che venne donato da Eleonora Gesualdo, badessa del celebre monastero del Goleto, in occasione del suo trasferimento a Gesualdo, avvenuto negli ultimi anni del Cinquecento, presso il fratello principe Carlo.

Chiesa S.S. Rosario

Situata in Piazza Neviera. Fu voluta dal principe Gesualdo ma solo successivamente fu terminata da Niccolò I Ludovisi. Sulla porta d'ingresso lo stemma raffigurante le armi delle famiglie Gesualdo e Ludovisi simboleggiano la devozione delle due famiglie.
È a tre navate, comprende nove altari di marmo policromo ben lavorati in stile barocco. L'interno è arricchito dalla presenza di stucchi ornamentali che decorano le pilastrature e l'arco di trionfo e di pregevoli tavole pittoriche risalenti ai secoli XVI, XVII e XVIII.

S.Maria delle Grazie - Convento Frati Cappuccini

Fatto erigere insieme alla chiesa dal principe Carlo Gesualdo nel 1592, come si legge sulla targa lapidea apposta sulla facciata, il convento dei Frati cappuccini fu ampliato da Niccolò I Ludovisi nel 1629. La chiesa annessa, dedicata a Santa Maria delle Grazie, è ad una sola navata. La facciata molto semplice ed austera presenta sopra l'arco di ingresso lo stemma del principe Carlo Gesualdo. Celebre è il dipinto che vi si conserva, intitolato "Il perdono" (cm 481 x cm 310) di Giovanni Balducci, ritenuto dalla tradizione gotico-tenebrista l'icona del pentimento nella quale il principe Carlo avrebbe fatto trasportare per immagini la sua macerazione interiore per il duplice assassinio commesso nel 1590.

Il Cappellone

Sulla Piazza Umberto I troviamo la Chiesa del SS. Sacramento, meglio nota come il Cappellone, la quale fu costruita durante la signoria del principe Domenico Gesualdo e quella del figlio Nicola. Venne completata nel 1736.
L'edificio presenta nella sua globalità tre forme strutturali:
1) la parte bassa (base), con la facciata in pietra, decorata da intagli a rilievo, è prismatica a base quadrata;
2) la parte centrale (tamburo), nella quale si aprono quattro finestroni perfettamente allineati con i punti cardinali, è cilindrica;
3) la parte alta (cupola) è perfettamente emisferica.
L'accesso è servito da un'imponente scala di nove gradini in pietra da taglio, mentre la cupola è sormontata da una lanterna. L'interno non presenta elementi artistici degni di rilievo.
La struttura, situata di fronte alla Chiesa Madre, ha, nel complesso, l'aspetto di un tabernacolo simile a quello innalzato sull'altare maggiore di alcune chiese. Si ritiene, pertanto, che venne realizzata con l'intento di dare una sede maestosa ed imponente all'Ostia Consacrata, da cui impartire la benedizione solenne a tutti i fedeli riuniti nell'antistante piazza. Questa funzione, rimasta in vita, si ripete ogni anno nella ricorrenza religiosa del Corpus Domini.

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